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Il cappotto patrimonio della comunità?

Fino a quando qualcuno non ha capito che il capocollo di Martina Franca poteva essere volano di sviluppo territoriale, era solo un semplice pezzo di carne affumicato appartenente alla tradizione dei macellai locali. Poi, grazie alla cornice narrativa offerta dal movimento Slow Food e a un paio di operatori lungimiranti, il capocollo di Martina Franca è diventato anche uno strumento di comunicazione al servizio del territorio, un brand, un prodotto la cui fama esonda quella del territorio dove viene prodotto. I macellai hanno avuto fiducia e si sono messi insieme fondando l’Associazione dei produttori.

Immaginiamo che lo stesso possa accadere anche per qualcosa che non sia un salume, ma che connoti fortemente il nostro territorio. Immaginiamo per un attimo che questa cosa possa essere fatta per il capospalla di Martina Franca, che è qualcosa che ha fortemente influenzato le vite di tutti noi, direttamente o indirettamente. Il capospalla di Martina Franca bene comune, riconosciuto dalla città, dalla comunità, dal territorio, la cui realizzazione è affidata a maestranze qualificate, consapevoli del loro ruolo sociale, la cui distribuzione e produzione è gestita da manager lungimiranti, che guardano contemporaneamente al mercato e all’impatto sul territorio. Un capospalla apprezzato dalla comunità, che lo indossa con orgoglio, consapevole di contribuire con i propri acquisti al benessere di tutti.

Se a prima vista questo scenario può essere un sogno, basta fare due conti per comprendere che non c’è altra strada.

Numeri alla mano, il futuro prossimo venturo vedrà le aziende manifatturiere di Martina Franca in prima linea a reggere l’impatto della crisi post-covid. Intere produzioni sono rimaste in magazzino, o nei negozi, e almeno una stagione salterà. La conseguenza di questa situazione si riverserà sulle aziende madri, che rischiano di mettere in cassa i lavoratori, ma anche sui fornitori, le decine di imprese contoterziste che rischiano di non superare la notte. A meno ché non intervenga il sistema del credito o lo Stato.

Come? Le aziende di Martina Franca che fanno vero Made in Italy hanno incontrato virtualmente il ministro Boccia sottoponendogli un documento in cui si chiede che il costo del lavoro venga sostenuto dal credito d’imposta. Una soluzione semplice che potrebbe dare aria alle imprese e permettere loro di arrivare alla prossima primavera, ma anche una soluzione furba perché premierebbe solo le aziende che davvero producono qui.

Nel frattempo si può fare altro. Innanzitutto considerare la partita della manifattura strategica per tutto il territorio riconoscendo il cappotto come patrimonio della comunità. Per far questo si possono attivare, ad esempio, le Denominazioni Comunali d’Origine (DECO), quegli strumenti comunali che valorizzano i prodotti tipici. Sarebbe una forzatura ma manco tanto, perché se si riconosce il capospalla (o comunque l’abito semisartoriale prodotto nel territorio) come prodotto identificativo del territorio è la comunità tutta che ne diventa titolare e si costringe le imprese a trattarlo di conseguenza. Inoltre le imprese potrebbero fare appello proprio a questo senso di comunità chiedendo alla città di sostenere la stagione mancata acquistando la merce che è rimasta in magazzino. Sarebbe l’opportunità per tutti noi di avere abiti di alta qualità a prezzi contenuti, e per le aziende di ripagarsi delle spese sostenute.

Quando una società sportiva, in particolare calcistica, è in grave difficoltà, va dal sindaco e mette in mano al primo cittadino il titolo. È un atto assolutamente convenzionale, che non ha alcun valore né giuridico né istituzionale, ma è dettato dalla consuetudine di considerare i colori della maglia della squadra come rappresentativi della città. Una cosa assolutamente arbitraria, ma che trova giustificazione dalla consuetudine e nel valore che la comunità vi riconosce. Il sindaco raccoglie il titolo, il nome, della squadra sportiva e si fa carico di trovare soluzioni.

La partita che si sta giocando ora coinvolge tutto il territorio e chi è seduto in panchina deve comprendere di aver bisogno della curva in piena forma, perché se il territorio scende in campo, abbiamo l’uomo in più.

Questo pezzo è scaturito dal dibattito sul futuro delle imprese scaturito dal lavoro di rete di alcuni imprenditori di Martina Franca e dall’assessorato allo Sviluppo Economico. In particolare, l’idea di applicare il modello Slow Food per riconoscere il vero Made in Italy è venuta fuori dalle telefonate in cui ci siamo detti tutto quello che non eravamo riusciti a dirci con Daniele Del Genio (Rossorame) e Massimo Gianfrate (Berwich).

Fonte foto: pietracalca.it